Trentino senza tempo

di Marco Somadossi

L’uomo chiese alla montagna di toccare il cielo. La montagna realizzò quel suo desiderio.

Le montagne sono l’elemento naturale distintivo del Trentino. Se le montagne avessero una voce questa non potrebbe che essere quella dei suoi canti popolari. Un prezioso patrimonio di canti tradizionali che ne narrerebbe le vicende storiche, politiche e sociali, le aspirazioni, le bellezze, i desideri come pure le sofferenze. Una storia forse semplice, ma indubbiamente vera, raccontata da un territorio e da un popolo povero che della semplicità ha fatto un tratto distintivo, una forza. Un territorio perennemente in bilico fra l’area mediterranea di cultura latina e l’Europa centrale di cultura tedesca che ha rappresentato nel passato, e rappresenta tutt’oggi, un’area di dialogo e di confronto. Volendo riassumere in poche righe il progetto Trentino senza tempo lo potremmo descrivere proprio attraverso le parole dialogo e confronto. Un dialogo nel tempo, attraverso il tempo e un confronto fra esperienze e culture differenti: un Trentino senza tempo e senza confini.

Nel 1819 la Gesellschaft der Musikfreude des Österreichesstaates promuove una fra le prime ricerche sulla musica di tradizione orale del Trentino. Si tratta di una raccolta di melodie coordinata dallo studioso Joseph von Sonnleithner realizzata, com’era consuetudine nelle regioni dell’Impero Austriaco, attraverso un questionario inviato alle autorità locali nel quale si chiedono notizie circa i canti, le melodie e i balli maggiormente in uso, nonché i nomi degli esecutori più noti. Con la seconda metà del secolo anche nel Trentino si registrano i primi contributi della letteratura folcloristica di impronta romantica. Nepomuceno Bolognini, Don Luigi Lunelli, Albino Zenatti e altri numerosi eruditi dell’epoca si dedicano soprattutto alla raccolta ed alla pubblicazione di testi verbali. La prima antologia musicale vera e propria risale al 1892 a cura di Coronato Pargolesi; non si tratta di una documentazione etnomusicologia bensì di «un semplice saggio delle melodie più antiche, e di quelle che per la loro natural bellezza sono maggiormente diffuse». Caratteristica comune a questi e a molti studi che seguiranno è l’esigenza di dimostrare l’italianità della cultura trentina per difenderla dall’ingerenza sempre più pressante del mondo tedesco. Uno studio diacronico che porta il canto popolare trentino a mostrare facce diverse, a piegarsi alle ideologie politiche e alle esigenze dei vari contesti sociali, ad attraversare il primo conflitto mondiale per poi ripresentarsi, negli anni Venti e Trenta, con una nuova veste tanto accattivante ed efficace da essere identificata ancora adesso come l’autentica versione della canzone tradizionale trentina. Questo progetto non ha come scopo una nuova proposta di studio del canto tradizionale nella storia del Trentino né tantomeno uno studio sociologico o etnomusicologico del fenomeno.

Trentino senza tempo è un percorso artistico in cui la musica popolare dell’arco Alpino, e in particolare delle montagne della Provincia di Trento, viene riletta, reinventata attraverso il lavoro e l’esperienza di musicisti operanti nei più diversi ambiti della musica dell’area colta per una formazione strumentale legata saldamente e storicamente al territorio: la banda.

Sono nate così composizioni e arrangiamenti effettivamente eterogenei, come eterogenee sono state la provenienza, l’estrazione e la formazione sia dei compositoriche degli esecutori. A fianco dei musicistidilettanti della banda di Albiano hanno registrato alcuni fra i migliori musicisti italiani: Francesco d’Orazio, Simonide Braconi, Massimo Polidori, Andrea Noferini, Francesco Siragusa, Giuseppe Cacciola, Fabrizio Meloni, Gianpaolo Pretto, Enrico Maria Baroni, Federico Caldara, Davide Cabassi. Altrettanto curiosa e composita è la provenienza artistica dei compositori che hanno aderito al progetto: Marco Betta, Raffaele Cacciola, Daniele Carnevali, Sandro Filippi, Giovanni Grosskopf, Ruggero Laganà, Ruggero Mascellino, Lorenzo Pusceddu, Giovanni Sollima e Marco Somadossi. Un team di musicisti messi in “dialogo” e a “confronto” per un’idea comune: scoprire e scoprirsi. Diventa interessante riconoscere attraverso le parole dei compositori come sia stato vissuto questo scambio fra culture; oltretutto se pensato, come in quest’occasione, per un gruppo di musicisti amatoriali e per una formazione non sempre consueta nei cataloghi delle opere di un musicista. Scopriamo così come la particolarità di Serafin, un canto popolare veramente unico nell’ambito della musica tradizionale del nord Italia per il suo metro in 5/4, sia stato lo spunto per Giovanni Sollima per trasfigurare il materiale tematico alpino e farlo rivivere in un brano dai caratteristici tratti musicali balcanici (in 5/8). La scomposizione e l’elaborazione dei tratti melodici popolari sono alla base dei lavori di Grosskopf e di Laganà: il primo con Memorie dell’ombra, tre variazioni su un canto tradizionale per violoncello solista e otto strumenti, il secondo con l’arrangiamento per clarinetto, contrabbasso e windensemble di Ferdinando s’innamora, son maritata. Le contaminazioni extra territoriali sono alla base del divertentissimo arrangiamento di Lorenzo Pusceddu, Belina come te, dove la musica trentina scopre il folclore sardo come altresì in Girolemin nell’arrangiamento di Ruggero Mascellino in cui le due regioni agli opposti della penisola italiana, Trentino e Sicilia, s’incontrano con la musica: «Il mio arrangiamento prende spunto dalla musica classica, base dei miei studi, e sfocia nella sonorità mediterranee che mi appartengono e che da tempo sviluppo nelle mie composizioni. L’avere fuso le melodie trentine con le armonie siciliane ha fatto sì che emergesse parte di quel linguaggio universale che tutti unisce e tutti conduce verso la stessa direzione, lungo la strada della musica». L’affrontare «la ricca tavolozza di colori che ti mette a disposizione la banda» è stato uno degli spunti nell’arrangiamento di Filastrocche Popolari di Sandro Filippi: un nonsense raccolto dall’autore proprio nel paese di Albiano. L’ironia, o meglio l’autoironia nell’usare un linguaggio che fa il verso alla banda è stata la soluzione adottata dal compositore lombardo- trentino Daniele Carnevali nel suo arrangiamento di Da Ravina a Patom e La g’a la scufia dove i due canti tradizionali «contengono tutta la schiettezza e tutti i sottintesi del linguaggio popolare nel corteggiamento amoroso; la contrapposizione dei due caratteri si ritrovano musicalmente nella forma tradizionale ABA. Il primo tema Da Ravina a Patom (due località della provincia di Trento) è arrangiato in un continuo “crescendo”, mentre il secondo tema La g’a la scufia interpreta la volontà femminile del testo con un dolce “tempo di valzer”». «I canti popolari sono contenitori di memorie, messaggi nella bottiglia che ci raccontano il nostro passato e ci collegano con le nostre radici più antiche»: così introduce il proprio lavoro Marco Betta. «Ho lavorato al canto popolare trentino Son na serva incastonando i suoni degli strumenti sulla voce, cercando di non alterare la melodia originaria, pensando di costruire una sorta di ombra strumentale sospesa tra la forza della terra e la magia del vento. Ho immaginato un piccolo scrigno e al suo interno la melodia che dà vita al testo, un’architettura sonora dentro una bottiglia di vetro soffiato». Un confronto-dialogo temporale si può ritrovare negli arrangiamenti che io stesso ho realizzato per la Banda, che dirigo ormai dal 1997: in La matina la triste storia raccontata dal testo è il pretesto per l’uso di un armonia dai colori cupi sottolineata da stilemi musicali tipici del tardo romanticismo. Nel toccante Ai preat la biele stele (melodia friulana) si ritrovano i sentimenti e le speranze di chi ha vissuto la Prima guerra mondiale. Nell’affettuosa e contemporanea Ninna Nanna esplodono, quasi fosse un film, le emozioni, i colori e le immagini della terra natale del compositore. La vita rurale della Valle di Cembra è raccontata da un’altra elaborazione di Sandro Filippi, che in questo arrangiamento sposta il dialogo, all’interno dell’organico bandistico, fra un immaginario quartetto vocale (la suddivisione delle voci nei cori alpini) e il “pleno coro” «dove tutta la banda entra in scena per porre in risalto il testo “Benedeta benedeta la Val de Cembra”». La curiosità ci spinge ancora a non lasciarci sfuggire le contaminazioni nei brevi e sorprendenti affreschi dei lavori di Raffaele Cacciola: un dialogo fra colori e accostamenti strumentali unici e ricercati. A impreziosire tutte queste proposte, questi mondi musicali, ma soprattutto questo meraviglioso repertorio tradizionale la splendida vocedi Tosca, una cantante che con grande professionalità e coraggio artistico ha saputo supportare, accompagnare, evidenziare la sfida che un progetto simile poneva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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